19.01.2026

Quando il prete arriva in ritardo al matrimonio

Cronaca di un'attesa surreale sotto il sole di luglio

Ci sono ritardi che puoi perdonare.
Il cugino che non trova parcheggio.
L'amico che "arriva tra cinque minuti" e poi ne passano venti.

E poi c'è il prete che arriva con due ore di anticipo mentale… ma due ore di ritardo reale.

Quel giorno, nella Pianura Padana, il caldo non era solo caldo. Era una presenza fisica, invadente, ostinata. Uno di quei pomeriggi di luglio in cui l'aria sembra ferma per dispetto e ogni movimento è una scelta ponderata. Il matrimonio era fissato alle tre del pomeriggio — decisione coraggiosa, quasi temeraria — e il piazzale della chiesa era completamente lastricato in travertino bianco.

Niente alberi.
Niente portici.
Niente ombra.

Solo sole riflesso e umanità che lentamente iniziava a cuocere.

Tutto pronto. Tranne lui.

Arrivo con largo anticipo, come sempre. Appoggio l'attrezzatura, osservo la scena, cerco un punto d'ombra che non esiste. Gli invitati cominciano ad arrivare, uno alla volta, già provati: cravatte allentate prima ancora dei saluti, vestiti che si appiccicano addosso, acconciature che iniziano a perdere la battaglia contro l'umidità.

Lo sposo è al suo posto. Elegante, composto, dignitoso. Dentro un gilet damascato che, in quel clima, equivale a un esperimento scientifico sulla resistenza umana. Sorride. O almeno, ci prova.

La sposa è in arrivo.
La chiesa è lì.
Il fotografo c'è.
Gli invitati pure.

Il prete no.

L'attesa che si fa sospetto

All'inizio nessuno si preoccupa davvero. È normale. "Sarà dietro a prepararsi."
Passano cinque minuti. Poi dieci.

Lo sposo guarda l'orologio.
Quindici minuti.

Qualcuno inizia a commentare sottovoce, con quel tono da sagra di paese quando il sindaco tarda al taglio del nastro:
— "Magari è rimasto imbottigliato."
— "O forse si è dimenticato…"

Venti minuti.

A quel punto il problema non è solo il ritardo. È che la chiesa è chiusa.
Niente aria fresca. Niente rifugio. Nemmeno la fiorista può entrare ad allestire.

Il travertino sotto i piedi sembra emanare calore proprio, come se fosse vivo. I tacchi affondano nelle fughe, le suole in gomma si ammorbidiscono. Un bambino inizia a piangere perché la cravatta lo stringe. Una signora si sventola con qualsiasi cosa abbia in mano.

Il bar poco distante diventa un'oasi. Ma dura poco: finisce l'acqua, finiscono le bibite. Restano solo le birre.

L'ingresso più inatteso

Poi succede.

Un rumore rompe l'aria ferma. Un motore vecchio, rauco, inconfondibile.
Dal fondo della via compare, lenta e fumante, una Fiat Panda verde del '94. Avanza con calma esasperante, come se il tempo fosse un concetto opzionale.

Alla guida c'è lui.
Il prete.

Occhiali scuri, finestrino abbassato, un braccio fuori. L'aria di chi non ha alcuna fretta perché, nella sua testa, è perfettamente in orario. Scende dall'auto, si sistema la tonaca stropicciata e dice, con la naturalezza più disarmante possibile:

"Eh, scusate… mi ero segnato le cinque, non le tre!"

In quel momento, sul piazzale, cala un silenzio carico di pensieri indicibili.
Lo sposo tenta di sorridere, ma la mascella gli trema.
La sposa, ancora in auto con l'aria condizionata al massimo, aspetta qualche minuto prima di scendere. Scelta saggia.

La cerimonia che non finisce mai

Finalmente si entra in chiesa. Peccato che l'aria dentro sia ferma, densa, immobile. Una struttura moderna, tutta vetro e cemento, che trattiene il calore come una serra in agosto.

Io scatto. Continuo a scattare. Anche quando il sudore mi cola dalla tempia al colletto e il mirino della macchina fotografica si appanna.
Il prete, rinvigorito dalla sua entrata in scena, si prende tutto il tempo possibile. Commenta ogni passaggio, racconta aneddoti, cita le Scritture e infila anche qualche frecciata sulla convivenza pre-matrimoniale.

Qualcuno si sventola con il libretto della messa. Qualcun altro guarda l'orologio. Io non perdo un'espressione. È il mio lavoro.

Dopo un'ora e mezza, finalmente, si esce.

Niente riso. Solo bolle.

Prima dell'uscita, l'ultima raccomandazione, pronunciata con tono solenne:

"Mi raccomando, niente riso sul piazzale."

Gli sposi si guardano, sorridono con rassegnazione.
Appena varcata la soglia, però, vengono accolti da una pioggia di bolle di sapone. Leggere, luminose, quasi ironiche. Come se dicessero: siete sopravvissuti anche a questo.

Ed è lì che capisci una cosa.

Perché racconto queste storie

Perché nei matrimoni gli imprevisti sono la regola, non l'eccezione.
E perché serve qualcuno che sappia raccontarli, anche quando il caldo è feroce e il prete arriva con due ore di ritardo.

Se stai organizzando un matrimonio estivo, ricorda: pianifica tutto… ma preparati a ridere di ciò che non puoi controllare.
Al resto, ci pensa chi è abituato a stare lì, macchina fotografica in mano, qualunque cosa accada.